dicono di me

“Quando si osservano i lavori di Zamperlin è inevitabile il confronto con l’estetica esistenzialista espressa nei dipinti di Francis Bacon: i corpi umani, nell’uno e nell’altra, si presentano come plessi contratti in uno sforzo o in attesa di uno spasmo. Sono scene isteriche dove alla violenza del rappresentato si oppone la violenza della sensazione[1]. Tuttavia sono più le differenze che le congiunzioni tra i due artisti: Sara si serve di un mezzo che Bacon, soprattutto nelle Conversazioni [2], ha più volte definito come pretenzioso nel voler regnare sulla vista anche se è possibile notare come le fotografie di Zamperlin non siano semplicemente delle testimonianze ma vengano contaminate dal processo creativo che si attua sulla loro superficie. Bacon, poi, utilizzava il colore come elemento fondamentale della costruzione stessa della struttura del dipinto, mentre Sara lascia che la figura impressa sulla carta fotografica venga stravolta da un mezzo non controllato e non controllabile: l’acido.
Questo è l’aspetto più interessante di Zamperlin che ricorda invece quello di grandi autori dell’espressionismo e post espressionismo americano: non è l’artista che sviluppa e attua una propria decisione rispetto alla creazione quanto il materiale stesso che viene lasciato libero di agire sulla superficie. L’acido che corrode la fotografia porta a modificazioni che stravolgono maggiormente l’aspetto già estremizzato dei soggetti. Zamperlin lascia fare agli altri, lascia che l’inconscio umano e quello del materiale lavorino per lei. Il processo creativo intero viene reso altamente personale grazie alla relazione profonda che l’artista riesce a costruire sia con il soggetto che con il mezzo. Sta tutto lì, nell’attenzione profonda e nell’osservazione preliminare tramite cui Sara Zamperlin riesce a cogliere il momento esatto in cui l’opera si compie. E’allora che preme il pulsante e scatta la fotografia ed è con la stessa prontezza che ferma il processo di corrosione chimica.
Successivamente, quasi come a seguire un momento di profonda meditazione, l’intero procedimento viene riportato, con tempi più lunghi e con mezzi più tradizionali, sulla tela, dando vita a dei ritratti che comunque si stenta a definire canonici. Permane, anche nel grande formato in olio su tela, l’aspetto perturbante che l’artista riporta in pittura tramite una tecnica notevole che rivela ancora nuovi aspetti del soggetto ripreso e scava forse ancor più dell’acido.”

[1] Gilles Deleuze, Francis Bacon – Logica della sensazione, Quodlibet, 2004, Macerata
[2] Francis Bacon, La brutalità delle cose. Conversazioni con David Sylverster, tr.it. Di Nadia Fusini, Fondo Pier Paolo Pasolini, 2001, Roma

Eleonora Castagna

“Riuscire a scorgere un bagliore tanto flebile quanto autentico tra le mille pieghe dell’anima. Distinguere il volto vero, celato negli abissi dell’inconscio, dalla pesante maschera che indossiamo come
corazza inviolabile, impietosi carnefici di noi stessi.
Sara è questo che sa fare meglio: affinare i sensi e annusare l’animo degli uomini, sferzando la tela con l’elisir più intenso e pungente di ciò che siamo.
Sa scorgere da lontano la nostra natura più vera e che affonda le sue radici fino al midollo,fradicia di luci e di ombre, quelle per cui proviamo terrore e meraviglia insieme e che tuttavia, all’improvviso, trova in uno sguardo rubato la via verso la luce, sgorgando impetuosa in superficie, senza freno alcuno.
Sara riesce a sedurla, imbrigliarla e farla sua in un condensato di potenza espressiva e stilistica in continuo
divenire. Come di fronte ad uno specchio magico, da cui l’immagine di noi stessi esce per la prima volta trasfigurata
nella sua essenza più autentica.”

Sara Fantin

“Sara Zamperlin è istinto geniale a primo acchito, è un’arte viscerale che emerge in posizioni ed espressioni inconsuete, un’ arte matura ed energica, certa di una grandezza interiore che la particolarizza e la diversifica dalla comune figurazione. Un originalità introvabile la caratterizza e per questo lei attua creazioni speciali: non si può dire altro di una giovane brillante mano che si esprime nella non convenzionalità per dire dell’interiorità, dell’intimità di ognuno. Ma tutto non si ferma nei sensi di quel chewigum spiaccicati sul viso o di quei volti che si auto dipingono poiché tutto ciò è visibile grazie ad una mano altamente qualificata, dove gli sguardi raggiungono gli animi di tutti e le luci lasciano intendere ogni senso. Un arte che andrà lontano non perché innovativa nell’espressione ma perché immensa nell’idea generatrice e maestosa nella resa finale.”

Anna Soricaro